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Research Group for Contemporary ArtPublic Art a Trieste, ma non solo – Presentazione del Volume al Docva di Milano
Parlare della Public Art oggi è qualcosa che rischia davvero di mettere in difficoltà gli agenti culturali che si approcciano a questo ambito della pratica artistica. Ci hanno provato Maria Campitelli e Elisa Vladilo nel progetto “Public Art a Trieste e dintorni“, scegliendo una città come Trieste che rimane marginale per il resto di Italia ma molto attiva e recettiva nei confronti dell’immediato Est Europa.
Analizzando nel tempo l’evoluzione del termine “Pubblico” si passa da una sua concezione come Spazio alla sua interpretazione come Audience; ricordando movimenti come Oreste in Italia per esempio, nel quale diventa fondamentale il rapporto e il coinvolgimento IO – ALTRO, per pensare l’altro nel sè come approccio per un’arte che si confronta con il quotidiano, e non più solo con l’assoluto.
La Public Art contiene in sè e in questo progetto si rispecchia pienamente una serie di varianti sul tema. Alessandra Pioselli ricorda i precursori, nella sua concezione di Pubblico, di questo tipo di pratica in Italia: Cesare Viel e Eva Marisaldi. il cui lavoro pone fin dall’inizio ilo pubblico in una posizione strategica. Alla domanda “che cos’è il Pubblico?” per lei la risposta scaturisce dall’analizzare le reazioni scatenate da un processo artistico in uno spazio pubblico, per evidenziarne i risultati molteplici. Tra le nuove etichette sorte negli anni’90 possiamo ricordare quelle di site specific, relationa aestethics, social engagement, practice, …
Con Lucia Farinati entriamo in una nuova questione, quella della Public Art Inglese, intesa sovente dalle amministrazioni pubbliche londinesi e non solo, come riqualificazione di aree dimesse o problematiche per ottenerne una borghesizzazione che estromette i ceti poveri di quel quartiere, che lo rendevano vitale attraverso l’incontro multietnico e la condivisione. E’ il fenomeno della Gentrification tipico nell’East End londinese, termine derivante da gentry, ovvero borghesia.
La soluzione è capire che il contesto è parte integrante dell’opera, come avviene in alcune pratiche proposte da agenti indipendenti come ArtAngel o come i collettivi che lavorano seguendo una loro azione marginale.
Bert Theis pone l’esempio milanese del quartiere Isola o della zona di Lambrate, nei quali l’arte viene usata per la trasformazione urbana per creare effetti centrificativi, del tutto indipendenti dalle volontà degli artisti o degli agenti culturali quali curatori o critici a esso connessi. Ci si trova di fronte a un passaggio dal site specific all’audience specific, nel quale non è più il luogo il campo di indagine del lavoro ma la gente che lo vive e lo connota dunque dei suoi significati: tutto ciò in una situazione di conflittto diventa, nel pensiero di Bert, Fight Specific.
Il fenomeno di Progetti urbani top down può essere ostacolato fermamente, come dimostra il caso di Isola Art Center al quaritere Isola, attraverso un’azine artisttica copartecipata con gli abitanti del quartiere al fine di promuovere una resistenza creativa che leghi l’estetica alla pratica sociale e urbanistica.
Il volume “Public Art a Trieste e Dintorni“, edito da Silvana Editoriale, è disponibile (o lo sarà tra breve) presso la Biblioteca del Contemporaneo all’Accademia di Brera e presso il Docva di Via Procaccini 4 a Milano.
Pierfabrizio Paradiso
Nell’immagine un’operazione di Steibrener-Dempf che pone una sottrazione del bombardamento mediatico nello Spazio Urbano ad opera delle insegne pubblicitarie.
2 commenti»
Queste tue frasi mi lasciano immaginare una Milano utopica a confronto con un immediata Europa
che diventerebbe un luogo di dibattito
internazionale……
Ci sto lavorando anzi,
ci stiamo lavorando!!!
Un abbraccio!

sintesi della serata ottima!